Pronto soccorso dell’Ospedale Pellegrini. Una notte trascorsa tra paura e attesa, accanto a un figlio di 15 anni, nostro giovane collaboratore, e la sensazione sempre più forte di trovarsi dentro un sistema che fatica a reggere. È la testimonianza di Imma D’Amico, che ha deciso di raccontare quello che ha vissuto, trasformando un’esperienza personale in una denuncia che riguarda tutti.
È il racconto di un’emergenza, ma anche di ciò che accade quando si entra in un luogo dove il tempo si annulla, le certezze svaniscono e ogni persona presente combatte la propria battaglia, spesso senza nemmeno lo spazio per farlo in condizioni dignitose.
Il racconto: “Un luogo dove perdi la cognizione del tempo”
“La scorsa notte l’ho passata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Pellegrini di Napoli, in piedi accanto a mio figlio quindicenne. Adesso sta bene. E questo è l’unico sollievo vero. Ma quello che ho visto non si può dimenticare.”
“Un luogo dove perdi la cognizione del tempo. Dove non sai se è giorno o notte, dove ci sono persone di ogni età, in ogni condizione, accatastate in ogni spazio disponibile, ognuna con il proprio dolore e la propria urgenza.”
Al pronto soccorso del Pellegrini, la dignità di chi lavora
“E poi ci sono loro. Infermieri e personale sanitario che corrono senza sosta, cercando di tenere insieme tutto: vite, dignità, emergenze.” Il racconto non è solo denuncia, ma anche riconoscimento. In mezzo al caos, emergono gesti che restano impressi, piccoli ma enormi nella loro umanità.
“Ho visto un’infermiera alzarsi e cedere la sua sedia — l’ultima — a un paziente che non riusciva nemmeno a stare in piedi. E ho visto un medico fermarsi, nel caos, guardarmi negli occhi e rassicurarmi. Da mamma a mamma.” Episodi che raccontano più di qualsiasi statistica, perché mostrano quanto il sistema regga ancora grazie alle persone.
“Non si può andare avanti così”
“A queste persone va il mio grazie. Sincero. Perché lavorano in condizioni che definire difficili è poco.” Una frase che pesa, perché dietro c’è la consapevolezza di strutture insufficienti, spazi inadeguati, strumenti che non bastano e una pressione costante che si riversa su chi ogni giorno è in prima linea.
“Senza mezzi adeguati, senza spazi sufficienti, spesso sotto pressione e, troppo spesso, bersaglio di rabbia e violenza. Sì, esistono anche eccezioni. Ma non è questo il punto. Il punto è che non si può più andare avanti così.” Una linea netta, che separa il rispetto per chi lavora dalla critica a ciò che non funziona.
Pronto Soccorso Pellegrini e non solo: Un sistema che non regge più
“Stanotte ho toccato con mano cosa significa affidarsi a un sistema che non regge. Dove la professionalità e la buona volontà cercano di colmare vuoti enormi… ma non possono bastare.” È qui che il racconto diventa qualcosa che va oltre il singolo episodio, perché descrive una realtà che molti cittadini conoscono.
“Da cittadina, questa è una denuncia. Ma è anche un invito. Alziamo la voce. Non contro chi ci cura. Ma contro un sistema che ha lasciato i nostri ospedali diventare luoghi di resistenza più che di cura.” Un passaggio chiave, che sposta il focus dove deve stare.
“Non è normale sentirsi fortunati”
“Perché la sanità pubblica non è un favore. È un diritto.” Parole semplici, ma che riportano tutto all’essenziale. Alla fine di quella notte, resta una consapevolezza che pesa più di tutto il resto.
“Tornando a casa, ho capito una cosa semplice: non è normale che ci si senta fortunati solo perché, alla fine, è andata bene. E questo, semplicemente, non è accettabile.” Ed è proprio qui che il racconto si chiude, lasciando una riflessione che riguarda tutti.