Ai Quartieri Spagnoli i bambini giocano dove possono. Corrono dietro a un pallone sull’asfalto, tra motorini, automobili, rifiuti e pavimentazioni tutt’altro che adatte a una partita di calcio. Non lo fanno perché la strada sia il luogo migliore, ma perché spesso è l’unico spazio che hanno.
Vederli giocare nelle piazze è bello. I bambini devono vivere il quartiere, devono incontrarsi, correre, ridere e crescere insieme. Il problema non è la loro presenza nelle strade, ma l’assenza di luoghi sicuri pensati per loro.
La strada non può essere l’unica possibilità
Giocare su una pavimentazione dura e irregolare significa rischiare di farsi male a ogni caduta. Significa inseguire un pallone mentre passano scooter e automobili, spostarsi quando arriva qualcuno e adattarsi continuamente a uno spazio che non è stato realizzato per accoglierli.
Non chiediamo di togliere i bambini dalle piazze. Stiamo chiedendo di restituire davvero le piazze ai bambini. Piazza Montecalvario, Largo Baracche, Piazza Concordia e tanti altri luoghi della Municipalità potrebbero ospitare piccoli parchi, giostrine, porte da calcio, canestri, panchine e fontanine. Non servono opere faraoniche. Basterebbero spazi semplici, puliti, illuminati e protetti, nei quali un bambino possa giocare senza rischiare di finire sotto un motorino o di spaccarsi un ginocchio sull’asfalto.
Dare opportunità significa fare prevenzione
Più un bambino o un adolescente passa il proprio tempo in strada senza punti di riferimento e più aumenta la possibilità di incontrare situazioni sbagliate. Non significa dire che la strada renda automaticamente cattivi, né criminalizzare i ragazzi dei Quartieri Spagnoli. Significa riconoscere che lasciare un giovane senza alternative è una responsabilità collettiva.
La prevenzione non comincia quando un ragazzo viene fermato dalle forze dell’ordine. Comincia molti anni prima, quando gli si offre un campo nel quale giocare, una palestra da frequentare, un doposcuola, un laboratorio musicale, una biblioteca o un adulto disposto ad ascoltarlo. Non possiamo lasciare i ragazzi soli per anni e poi sorprenderci se qualcuno prende una strada sbagliata. Lo Stato deve essere presente prima, non soltanto quando bisogna punire.
Recuperiamo gli spazi abbandonati
Nei Quartieri Spagnoli e in tutta la Municipalità esistono strutture chiuse, locali inutilizzati e antichi edifici che potrebbero tornare a essere luoghi di comunità. Ci sono anche chiese e spazi religiosi ormai poco utilizzati o abbandonati che, attraverso accordi con proprietari, diocesi, parrocchie e associazioni, potrebbero ospitare attività per bambini e ragazzi.
Aprire uno di questi luoghi significherebbe sottrarre spazio all’abbandono e restituirlo alla comunità. Potrebbero nascere laboratori culturali, corsi di musica, attività sportive, doposcuola e punti di incontro per adolescenti che oggi non sanno dove andare.
Non basta organizzare un evento una volta all’anno e scattare una fotografia. Servono attività continue, educatori presenti e luoghi aperti ogni settimana. I bambini hanno bisogno di certezze, non di iniziative occasionali.
Un quartiere pensato per chi passa e non per chi resta
Negli ultimi anni i Quartieri Spagnoli sono diventati una delle mete più visitate di Napoli. Il turismo ha portato lavoro, nuove attività e una grande visibilità. Va bene il turista, va bene il ristorante e va bene anche lo spritz, quando tutto avviene nel rispetto del territorio.
Ma cosa rimane ai residenti, soprattutto a quelli che non hanno la forza economica o politica per farsi ascoltare? Troppo spesso gli spazi pubblici vengono occupati dalla movida, che in alcuni casi diventa malamovida, dalle automobili, dai paletti abusivi, dai tavolini e dai rifiuti abbandonati.
Alle attività commerciali viene concesso sempre più spazio. Ai bambini viene chiesto di arrangiarsi. Un quartiere non può diventare una grande vetrina per chi arriva e un luogo sempre più difficile per chi ci vive.
Chi si prende cura dei bambini più fragili dei Quartieri Spagnoli
Sono cresciuto in questo territorio e so cosa significa vivere la strada. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia forte alle spalle, capace di proteggermi e indicarmi una direzione. Non tutti i bambini dei Quartieri Spagnoli hanno la stessa fortuna.
Ci sono famiglie che attraversano difficoltà enormi, genitori assenti o in difficoltà e bambini molto piccoli che restano in strada fino a notte fonda. Capita di vedere bambini di tre o quattro anni ancora nei vicoli alle due di notte, qualche volta persino con le chiavi di casa in mano.
Davanti a queste situazioni è facile giudicare. È molto più difficile chiedersi dove siano i servizi sociali, le istituzioni, gli educatori e le opportunità pubbliche. Se una famiglia non riesce a proteggere pienamente un bambino, la comunità e lo Stato non possono semplicemente voltarsi dall’altra parte.
Un bambino non può essere lasciato solo durante tutta la crescita e poi essere considerato un problema quando diventa adolescente. Prima di chiedergli di fidarsi delle istituzioni, dobbiamo dimostrargli che le istituzioni esistono anche per lui.
La richiesta di Gridalo
Gridalo chiede al Comune di Napoli, alla Municipalità, alle istituzioni scolastiche, alla Chiesa e alle associazioni del territorio di avviare un confronto serio per creare spazi sicuri e permanenti destinati ai bambini e ai giovani.
Chiediamo di attrezzare le piazze, recuperare gli edifici inutilizzati e realizzare piccoli campetti, aree gioco, laboratori e attività culturali accessibili anche alle famiglie che non possono permettersi corsi privati.
Non chiediamo di svuotare le piazze. Chiediamo di riempirle di vita vera. Vogliamo vedere bambini che giocano in sicurezza, adolescenti che trovano un luogo nel quale esprimersi e famiglie che possano sentire il quartiere anche come casa propria.
Va bene accogliere chi visita Napoli. Ma è arrivato il momento di dare qualcosa anche a chi resta, a chi cresce qui e a chi troppo spesso non ha voce in capitolo. Un quartiere che si prende cura dei propri bambini non sta facendo un favore a qualcuno. Sta difendendo il proprio futuro.
