I Quartieri Spagnoli raccontano le quattro giornate di Napoli dalle storie dimenticate incise sul marmo. L’Associazione Miniera, guidata dall’artista e attivista Salvatore Iodice, è pronta a presentare al pubblico il suo ultimo lavoro indipendente: il docufilm “R-ESISTENZA”. Un viaggio durato due anni che intreccia la grande storia della liberazione dal nazifascismo del settembre 1943 con il riscatto sociale moderno di uno dei quartieri più complessi e affascinanti di Napoli. La prima proiezione ufficiale si terrà domenica 4 ottobre 2026 (dalle ore 20:00 alle 22:30) presso gli spazi della Fondazione Foqus.
Abbiamo intervistato il curatore del progetto, Salvatore Iodice, che ci ha raccontato la genesi e gli obiettivi di questa operazione di memoria collettiva.
Il contributo di Miniera
Salvatore, come nasce l’idea di questo docufilm e cosa racconta?
“Siamo nel periodo in cui le commemorazioni per le Quattro Giornate di Napoli sono evidenti un po’ in tutta la città. Noi come Miniera abbiamo voluto dare il nostro contributo girando questo documentario. Ci abbiamo messo due anni per fare questo percorso e adesso siamo pronti per fare la prima proiezione. In questo documentario raccontiamo una storia e prendiamo ad esempio quelli che sono i nomi che ci sono su questa targa: sono quattro nomi di quattro persone dei Quartieri Spagnoli che persero la vita nella battaglia delle Quattro Giornate.“
Appuntamento a FOQUS ai Quartieri Spagnoli con le Quattro Giornate
Ci dai qualche dettaglio in più sull’appuntamento per la proiezione?
“Questa cosa accadrà il 4 ottobre alla Fondazione FOQUS, dalle 20:00 alle 22:30 . Si possono prenotare i biglietti gratuiti su Eventbrite.it: ne abbiamo messi 200 e sono quasi finiti .“
Quattro nomi delle Quattro Giornate sul marmo dei Quartieri Spagnoli
Siete riusciti a dare un volto e una storia a quei nomi impressi sul marmo della targa?
“Sì, su tre di loro siamo riusciti a risalire agli indirizzi, ai parenti, alla tomba… insomma abbiamo creato un buonissimo rapporto. Purtroppo su uno di loro non siamo riusciti a scovare nulla; questo da un lato ci dispiace, ma dall’altro ci dà una spinta per continuare a fare questa ricerca. Vi assicuro che c’è un fascino particolare: tu parti da un nome scritto su un pezzo di marmo e ti accorgi che dietro c’è una storia di vita vissuta. Questa persona, dando la vita in quei giorni, è diventata un eroe, ma comunque ha lasciato una famiglia distrutta, oppure era un figlio e ha lasciato dei genitori senza il proprio ragazzo. E tutto questo per la libertà di Napoli e anche per la libertà personale.“
Storie di persone semplici
C’è uno di questi personaggi che ti ha colpito maggiormente?
“Diciamo tutti quanti uguali, guarda, perché ognuno di loro nascondeva una vita. E sulle vite io ho sempre cercato di raccontare le vicende del nostro quartiere, dei Quartieri Spagnoli. Ho sempre raccontato la vita delle persone semplici. Non mi è mai venuto in mente di raccontare la vita di Roberto Bracco o di Giacomo Leopardi… ci sono già case con le targhe dedicate a questi grandi personaggi. Io ho sempre voluto raccontare la signora che vendeva le caramelle, quella del primo piano, oppure quello che faceva il mestiere con la bancarella… le vite autentiche delle persone semplici. Su ognuno dei tre su cui abbiamo informazioni precise mi si illuminerebbero gli occhi allo stesso modo nel raccontare, perché con ognuno abbiamo vissuto la scoperta di sapere, la scoperta di capire, la sorpresa di dire tra di noi: “Madonna mia, guarda chi era, che cosa ha fatto, dove abitavano, dove sono sepolti”. Questo è un buon modo per non perdere la passione del voler raccontare una parte di Napoli.“
Custodire la memoria futura
Qual è l’obiettivo principale che vi ponete con questo documentario?
“Fondamentalmente, l’obiettivo principale è la memoria. Non va persa la memoria. Se non si creano dei percorsi insieme ai ragazzi, che saranno evidentemente il futuro, se non creiamo un futuro consapevole, allora non abbiamo speranza. Se nessuno parla più delle Quattro Giornate ai ragazzi, se nessuno parla più del ’68, se nessuno parla più di niente, nessuno sa più niente. Quindi il nostro intento è prima di tutto ristabilire un sentimento antifascista, che mi sembra che in questo periodo ce ne sia molto bisogno. Si sta addirittura arrivando al punto di manifestare una nostalgia per il duce; questo è quello che mi fa più schifo, mi fa addirittura più schifo della camorra. E poi cerchiamo di far crescere i ragazzi attraverso un gioco di squadra, attraverso un percorso artistico e culturale che comunque loro hanno sotto gli occhi e non riescono a vedere perché nessuno gliel’ha mai detto. E, principalmente, lo faccio anche per me, perché sono un eterno curioso: stando con loro e facendo questi viaggi, io insieme a loro sono il primo a scoprire le storie.“